Lo spirito dell'uomo medievale

   Un punto d'incontro virtuale per ritrovare il nostro spirito, un modo per conoscerci attraverso le vicende belle e dolorose dello spirito dell'uomo medievale, per ritrovare il nostro spirito. A cura di Claudio Attardi


mercoledì, 22 novembre 2006
 

Visioni

Cari amici, ancora un altro testo poetico di una grande e poco conosciuta mistica medievale. S. Ildegarda fu badessa a Bingen, vicino Aquisgrana (odierna Achen) e scrisse trattati di medicina naturale, ricettari, esortazioni per le sue monache, preghiere e soprattutto visioni, quelle visioni mistiche che sono proprie di tante sante medievali, e che racchiuse nel "Libro delle opere divine". Ve ne offro un assaggio breve ma molto suggestivo

Claudio Attardi

 347 3489472

SANTA ILDEGARDA DI BINGEN

 

Liber divinorum operum, pars I, visio I, PL 741C-744A

 

"E vidi come nel centro dell'aria australe un'immagine nel mistero di Dio bella e mirabile, di forma simile a quella umana, il cui volto era così bello e splendente, che è più facile fissare il sole che non quel volto ... Così parlò l'immagine, che comprendiamo essere l'amore, che rivela il suo nome come vita di fuoco della sostanza divina e narra i molteplici effetti della sua potenza sulle nature e le qualità delle creature: Io sono la suprema forza di fuoco che ho acceso tutte le scintille viventi, in nessuna cosa mortale ho posto il mio soffio, le distinguo nel loro essere, ed ho ordinato rettamente con le mie penne più alte - cioè con la sapienza che vola - il circolo che le circonda. Io, vita di fuoco, fiammeggio sulla bellezza dei campi, risplendo nelle acque e ardo nel sole, nella luna e nelle stelle, e con l'aereo vento suscito tutte le cose, vivificandole con la vita invisibile, che tutte le sostiene. Tutte queste cose sono vive nella loro essenza, non possono morire, perché io sono la vita. E sono anche la razionalità, col vento della parola che risuona, da cui ogni creatura è stata fatta, ed in tutte ho immesso il mio soffio, affinché nessuna nel proprio genere sia mortale, perché io sono la vita. Sono la vita nella sua integrità, non quella che manca alle pietre, non quella che fa nascere le fronde dai rami, non quella che ha radice nella forza virile, ma io sono la radice di ogni vivente. La razionalità infatti è la radice, la parola che risuona fiorisce in essa. E poiché Dio è razionale, come potrebbe non operare? le sue opere giungono a perfetta fioritura nell'essere umano, che fece a sua immagine e somiglianza, ponendo in esso il segno di tutte le creature secondo la sua misura. Dio è la vita stessa che si muove ed opera, una sola vita in un triplice vigore. L'eternità è il Padre, il Verbo è il Figlio, e il soffio che li connette è chiamato Spirito santo, e di ciò Dio ha posto il segno nell'uomo, in cui vi sono corpo, anima e razionalità. "

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venerdì, 10 novembre 2006
 

Ma l'amore che cos'è......  

Ce lo dice il Sommo Poeta, che da un drammatico fatto di cronaca avvenuto a i confini con la mia regione, le Marche, ha tratto i versi in cui tutti gli amanti si possono riconoscere.

 «O animal grazioso e benigno
   che visitando vai per l'aere perso   
(sarebbe l'Inferno)
   noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

     se fosse amico il re de l'universo,
    noi pregheremmo lui de la tua pace,
    poi c'hai pietà del nostro mal perverso. (
perchè sono nel girone dei lussoriosi)

     Di quel che udire e che parlar vi piace,
   noi udiremo e parleremo a voi,
   mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

     Siede la terra dove nata fui 
(sarebbe Rimini)
su la marina dove 'l Po discende
   per aver pace co' seguaci sui.

     Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
   prese costui de la bella persona
    che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

     Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
 mi prese del costui piacer sì forte,
 che, come vedi, ancor non m'abbandona.

    Amor condusse noi ad una morte:
   Caina attende chi a vita ci spense».
   Queste parole da lor ci fuor porte.

    Quand'io intesi quell'anime offense,
   china' il viso e tanto il tenni basso,
 fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

     Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
  quanti dolci pensier, quanto disio
  menò costoro al doloroso passo!».

     Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
   e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
   a lagrimar mi fanno tristo e pio.

     Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,
a che e come concedette amore
  che conosceste i dubbiosi disiri?».

     E quella a me: «Nessun maggior dolore
  che ricordarsi del tempo felice
   ne la miseria; e ciò sia 'l tuo dottore.

     Ma s'a conoscer la prima radice
    del nostro amor tu hai cotanto affetto,
    dirò come colui che piange e dice.

      Noi leggiavamo un giorno per diletto
    di Lancialotto come amor lo strinse;
   soli eravamo e sanza alcun sospetto.

     Per più fiate li occhi ci sospinse
  quella lettura, e scolorocci il viso;
    ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

  Quando leggemmo il disiato riso
   esser basciato da cotanto amante,
  questi, che mai da me non fia diviso,

       la bocca mi basciò tutto tremante.
   Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
    quel giorno più non vi leggemmo avante».

  Mentre che l'uno spirto questo disse,
   l'altro piangea; sì che di pietade
   io venni men così com'io morisse.
    E caddi come corpo morto cade.

(Divina Commedia, Inferno, canto V)

Buona serata a tutti

Claudio Attardi
 

postato da claudioattardi | 17:26 | commenti (3)


domenica, 05 novembre 2006
 

Condividendo

Cari amici, come state? In questi mesi sono un po’ distante da voi tutti, la malattia e la sofferenza hanno scavato solchi profondi nell’anima. E’ difficile, veramente difficile rimanere nella serenità e nella gioia profonda convivendo con la sofferenza. In effetti in questi mesi sono rimasto prigioniero del dolore, anche se questa non è certo una colpa. Però bisognerebbe non solo guardare alla sofferenza in quanto tale, ma come momento di crescita. Solo così tutto ciò può avere un senso. Condividendo la mia con le vostre sofferenze, la mia con le vostre croci. E’ questo, dall’ospedale, dove lavoro e dove spesso si lotta giorno per giorno, ora per ora, per dare respiro e speranza a chi soffre, un invito che vi faccio, per ascoltarci e crescere assieme. Il dolore, fisico, psicologico, morale o spirituale che sia, se vissuto da soli, non fa altro che moltiplicarsi e pesare come un macigno. Spezziamo questo circolo perverso e portiamo questo peso assieme, come compagni dello stesso pellegrinaggio. Solo così esso sarà più leggero.

Claudio Attardi

347 3489472

"Medio & evo - Lo spirito dell'uomo medievale"

http://www.medio-evo.org

postato da claudioattardi | 09:12 | commenti (1)


giovedì, 02 novembre 2006
 

La porta della vita  

 

     Guardami. Lo so che vorresti distogliere lo sguardo. Lo so che vorresti scappare, o piangere o gridare. Io, invece, ti dico guardami. Dritto, negli occhi. Anche se vorresti coprirti il volto, anche se non sembro più neanche un essere umano. Eppure ci sono.

     Sono quello che ha bussato alla tua porta un giorno, all’improvviso, quando sei stato abbandonato,  quando l’amico ti ha tradito, quando i tuoi, quelli che ti dovevano capire, non ti hanno capito. Guardami. Sono qui. Tutti mi fuggono e mi odiano, nessuno vuole avermi con sé. Eppure ci sono. Su questa croce ti guardo, vi guardo, guardo tutti gli uomini. Vi vedo, uno ad uno. Chi potrà guardarmi o sostenere il mio sguardo? Eppure io ero lì, quando quell’auto è impazzita, quando quella bomba è scoppiata, quanto la terra ha tremato ed è crollato tutto. Ero lì, quando l’aereo si è lanciato contro i grattacieli, ero lì quando quell’uomo ti picchiava,  ti usava violenza, o ti offriva denaro. Ero lì, ed ora siamo di fronte. Sono io il tuo dolore, la tua sofferenza, quel rimpianto che non ti lascia mai, quel prezzo che hai dovuto pagare, quella ferita che non si rimargina, e che sta lì, nella piega più nascosta dell’anima.

    Io sono qui. Sono in quella preghiera elevata in una chiesa, in quella scritta e infilata dentro un muro, letta in quel verso, in quella sura, in attesa d’ una pace che non arriva mai. Sono in quella vita spezzata così presto, in quella bimba che non è mai nata, in quella malattia, che si è portata via il tuo amore.

  Ma ora guardami, e nel profondo del mio essere vedrai una luce.  Io sono la porta. La porta della vita. Non ho portato via il dolore, il male è lì, lo sopporto insieme a te. Ma la tua via non è più chiusa. Il dolore, il tuo dolore, aveva fatto un muro. In te, intorno a te solo fredde pietre, cemento grigio. Invece no, non più.  Adesso quel muro non c’è più. C’è una porta in fondo alla tua via. Aprila, coraggio. Vedi, il sentiero si apre di nuovo, il cammino continua ancora. C’è un paesaggio meraviglioso, c’è qualcuno che ti aspetta, tanti hanno bisogno di te. E’ questa la porta. La porta della vita.

Claudio Attardi

 

 

 

postato da claudioattardi | 10:37 | commenti (1)