Qual'è il colore della nostra vita?
Cari amici, che mi contattate sempre numerosi, e che mi volete così bene, meritate molte cose che qui non si possono fare: un abbraccio, un bacio, una stretta di mano, una serata passata assieme. In mancanza di questo vi regalo un racconto breve, scritto alcuni anni fa, e con il quale ho vinto un premio letterario nella mia città. Lo potete leggere e stampare, ma attenzione al copyright! E' di proprietà della Biblioteca Orciari di Senigallia. In questo racconto risuona in maniera fantastica una parte della mia vita passata e presente. E la vostra vita, che colore ha? Ditemelo, se volete.
Il colore della vita
Caro Giacomo,
ieri guardavo il mare dalla mia finestra. C’era una vista meravigliosa, qui sulla terrazza : l’acqua aveva mille sfumature, di bianco, di azzurro, di verde, di blu. Il mare, appena mosso, batteva un ritmo regolare, come un respiro profondo, una vita che pulsa. Ad un tratto una piccola nuvola ha offuscato per un attimo il sole : si è alzato un po’ di vento, e il mare, dalle mille sfumature di azzurro, di bianco, di verde, di blu, è improvvisamente diventato di un grigio quasi minaccioso, a tratti più bruno, a tratti più chiaro. Le onde hanno preso corpo, e si è fatto un grande silenzio, pieno di tensione. E’ stato un attimo ; poi il sole ha ripreso forza, ed il mare è ritornato di un colore ancor più splendente, quasi bianco per il riflesso dei sassi e delle scogliere.
E pensavo a questi due anni passati, a come, da quando ho finito gli studi universitari, sono cambiato, sono cambiate le cose e le persone attorno a me, e come basta una piccola nuvola a cambiare il colore della vita. Fa quasi spavento, a pensarci bene. E’ stato un breve passaggio, quella nuvola, ma in quell’attimo le cose, le stesse cose che vedevo prima, e le persone, le stesse persone che vedevo prima, in realtà erano profondamente mutate. Tutto aveva assunto un colore opaco, indefinito, dai contorni sfumati, dall’aspetto incerto. Quella nuvola aveva rovesciato la realtà, ed aperto una ferita. Avevo perso quell’azzurro, quel bianco, quel blu, quel cielo e quel sole immobile, quasi immutabile : perché ? Quale senso poteva avere, se bastava una piccola nuvola per cambiare tutto ciò che avevo di fronte, per fare, del mare che avevo davanti, una creatura infida, dal comportamento bizzarro ed incostante ?
Quando finalmente la piccola nuvola se n’è andata, tutti i colori del cielo, del mare, del sole e dell’aria hanno assunto un aspetto nuovo, più luminoso. Ed allora quella ferita si è richiusa, il dolore si è placato, ed è nato un sentimento nuovo, una nuova consapevolezza. Mi sono reso conto che in questi anni, lunghi anni di studio, sono rimasto quasi prigioniero : vedevo il mare, ma ero troppo distratto per guardarlo nella sua profondità. Certo, il dolore e la malattia, passate sopra il cielo dell’esistenza come una macchia sanguigna, non hanno distrutto la sete di conoscenza, anzi quello studio e quella conoscenza mi hanno arricchito profondamente. Ma la sofferenza ha aperto una breccia nel cuore, chiuso ed indifferente. E’ entrata, ha sconvolto tutto quel bell’ordine che c’era dentro, ed ha mutato il colore della vita. Ricordo ancora : un malessere improvviso, la stanza che girava, il dolore che dal cuore si irradiava in tutto il corpo: a quarant’anni la vita sembrava interrompersi lì; poi il ricovero, la lunga convalescenza. Tornato a casa, inconsapevolmente avevo perso pian piano i contatti con le persone. Vivere da solo, poi non aveva fatto che peggiorare il mio carattere già timido ed introverso. Avevo anche abbandonato il pianoforte, che amavo suonare nei momenti liberi, dopo il lavoro, e che da ragazzo avevo studiato con passione, pur non facendo mai il conservatorio. Avevo regalato tutti gli spartiti, i libri di musica classica chiusi in soffitta, finiti chissà dove. Così, giorno dopo giorno, un lungo torpore si era impadronito di me, e per due anni non sono quasi mai uscito di casa, se non per andare a lavorare. Ricordo anche le numerose chiamate che mi lasciavi in segreteria, e io, che non avevo più voglia neanche di rispondere o di richiamare, per cercare delle scuse. Solo ieri mi sono come risvegliato, improvvisamente : ho guardato il mare, e l’ho amato. Nelle sue profondità ho finalmente visto l’amore e la sofferenza, uniti indissolubilmente in un’unica, inscindibile realtà, che è la vita stessa. Questa scoperta ha riempito il mio cuore, per spingerlo oltre i confini di se stesso, ed andare verso le persone, per amarle con passione, con nuovo slancio ed energia.
Così, improvvisamente, ho deciso di aderire al tuo ennesimo invito. “Vieni all’auditorium, Davide, ti prego. Oggi pomeriggio ho le prove per il concerto di domenica sera. Ho una chitarra classica nuova, ha un suono meraviglioso, voglio che tu lo senta. E poi c’è una persona che ti vuol conoscere, una pianista : vedrai, ti piacerà, suona molto bene.”. Io mi sono subito allarmato. Da quando Maria, la mia amata Maria aveva lasciato prematuramente questa vita, avevo distolto lo sguardo dalle donne. Lei mi aveva sentito suonare il pianoforte in una festa tra amici, e mentre suonavo avevo per un attimo alzato lo sguardo dai tasti, e mi ero sorpreso, nel vedere una così bella ragazza guardare me, in quel modo, con quel sorriso pieno di sentimento. Così ci eravamo conosciuti, ci eravamo piaciuti, amati ; pensavamo al matrimonio. Ma il destino, una sera, sulla strada, aveva portato via Maria sotto la sua casa, proprio davanti ai miei occhi, falciata da un’automobile impazzita per il ghiaccio. Un poco più incerto, ti ho risposto un “va bene, ci vediamo alle quattro”, niente affatto convinto. Alle quattro ero davanti al portone dell’Auditorium, un edificio antico, di stile neoclassico, in cui io e te avevamo tante volte suonato. Aprendo la porta, mi sentivo spaesato, come un animale selvatico chiuso per molto tempo in gabbia e lasciato all’improvviso nel suo habitat naturale. Sul palco scorgevo immediatamente la tua figura, che dominava in altezza e corporatura tutti i tecnici, e io, con il mio metro e settanta scarso, mi sentivo ancor più piccolo e spaesato. Di lato, davanti ad un pianoforte, un’ esile figura femminile. Suonavi Bach, ed avevi proprio ragione, perché quella chitarra ha un suono che esalta le tue doti di interprete. C’era un silenzio irreale, riempito solo da quel meraviglioso suono, che rendeva ancor più belle le tele e i soffitti affrescati della sala. Quando hai smesso di suonare, hai alzato lo sguardo, hai posatola chitarre e sei corso giù in platea : “Davide, amico mio, che piacere vederti, finalmente ! Lo sai che ti trovo bene ?” “Grazie” rispondo, ma lo sguardo correva anche al pianoforte, da cui emergeva un visetto giovane giovane, una cascata di riccioli lunghi e neri, due occhi verdi, pieni di interrogativi e di timidezza, ma anche di forza interiore. Tu, con il tuo bel carattere aperto e gioviale, non hai perso tempo : mi hai quasi trascinato di peso verso il pianoforte, e mi hai detto : “Questa è Chiara, la pianista che mi accompagna, da quando tu hai smesso di suonare”. Lei si alza, sarà stata almeno quattro, cinque centimetri più alta di me, fisico da modella. “Piacere”, riesco appena a dire. “Pensa, Davide, ha solo ventidue anni, ma già ha vinto due concorsi pianistici” dici tu, con enfasi. E io, ancora confuso : “Complimenti”. “Grazie”, risponde lei, con voce leggera, “anche lei suona il pianoforte ?” “Suonavo, ma poi con la malattia ho smesso.” Sentivo che non avrei potuto trovare una scusa più stupida e banale. Non era la malattia fisica del cuore che mi impediva di suonare, e lo sapevo benissimo, ma era una malattia del cuore inteso come centro della mia persona. Era nell’anima, che non ero mai guarito, o forse non volevo ancora guarire, pur di starmene rintanato in me stesso : in quel momento me ne resi conto. “ Continuate pure le prove, io mi siedo e vi ascolto” dico. E dopo pochi minuti la sala si è riempita dell’Adagio del concerto di Aranjuez. Era meraviglioso, e la ragazza suonava con estrema precisione, anche se a volte il suono era un poco scolastico, risentiva di studi conclusi da non molto tempo. Si erano fatte quasi le cinque e mezzo, avrei dovuto rimediare qualcosa per cena, pensavo, anche se non era ancora troppo tardi.
D’un tratto, quasi di getto, mi hai detto : “Perché non fai sentire alla nostra amica qualcosa al pianoforte ?” E poi rivolto a lei : “E’ molto bravo, ma anche molto timido, il nostro Davide”. Sentivo che avrei voluto scappare o sotterrarmi all’istante. Ma lei fa “La prego”. Io riesco solo a bisbigliare, ormai :“Ma è molto tempo che non suono, non so se neanche riuscirò a muovere le dita sul piano”. Ma lei insisteva con dolcezza e con fermezza estreme. La prima cosa che mi viene in mente è il “Chiaro di luna”, di Beethoven, un pezzo che una volta suonavo a memoria, e che tutti dicevano sapevo interpretare benissimo. Oddio, come sono imbranato, pensavo all’inizio, ma poi la vecchia passione ha preso il sopravvento, e sono riuscito ad andare avanti. Per un momento, solo per un momento, ho alzato gli occhi dalla tastiera, e ho guardato a destra, cercando il tuo sguardo, amico mio. Ed invece ho incontrato quegli occhi verdi, quel visetto giovane giovane, che mi fissava con un sorriso che non dimenticherò facilmente. E’ di nuovo scoccata la scintilla dell’arte, penso, non sono ancora da rottamare come una vecchia automobile, allora ; le mie dita sono ancora in grado di trasmettere un’emozione. Mi volto verso di te, e vedo che hai gli occhi un po’ lucidi. “Bravissimo”, mi dici, “sei sempre un grande pianista”. Io non ho la forza ancora di rispondere. Lei, Chiara, si alza improvvisamente, con un’aria indefinibile viene verso di me : io penso “questa adesso chissà cosa mi dirà: le avrò sicuramente rovinato il pezzo”. Invece no, tende la mano, mi sorride e dice : “Lei ha la stoffa del pianista : ma perché non ha continuato a suonare ?” Capivo ormai, amico mio, che tutte le scuse che cercavo, davanti a me stesso, erano solo una via di fuga. Dio mi aveva dato tanti doni, e io non potevo più sfuggire alla responsabilità di trasmettere agli altri questi doni, di mettermi a disposizione degli altri, con il patrimonio di cultura e d’arte che avevo accumulato in tutto questo tempo. Chiara dice : “Dovremmo vederci, una volta, magari suonare assieme”. Queste ragazze moderne ! Però aveva ragione, perché era troppo brava, avrei voluto ascoltarla ancora, sentivo che mi faceva bene, ma non avrei mai avuto il coraggio di farmi avanti. “Domani mattina sono libero” le dico, “le do il mio indirizzo ed il telefono, se c’è qualche contrattempo. Solo la prego, diamoci del tu. E’ vero, ho quarant’anni, ma penso che la musica possa unire musicisti di differenti generazioni”. “Va bene”, dice lei, “allora ciao, e a domani”. Sentivo il mio viso che si accalorava per l’emozione, l’apprensione e la timidezza. E quando mi sono voltato, ho incrociato il tuo sguardo : sorridevi.
E così questa mattina,amico mio, è successa questa cosa nuova. Dopo tanto, tantissimo tempo, è venuta una persona qui, a trovarmi. Erano anni che questo non succedeva. Il mio pianoforte, che una volta suonavo sempre, chiuso da tanto tempo, come accartocciato e buttato in un angolo, è stato di nuovo aperto. Era come se mi si fosse di nuovo aperto il cuore. Finalmente c’era qualcuno che era venuto a spezzare il cerchio, una presenza nuova. Una volta tanto, poi, non ero io a suonare, e devo dirti che questa cosa mi ha fatto impressione. Quel suono, così melodioso, pieno di luce e di colore, prodotto da Chiara con mano leggera d’artista, ha riempito le stanze, è uscito fuori sul mio terrazzo, si è unito ai suoni, alle luci ed ai colori del mare, in un’armonia indicibile. E’ stato come un segno : la vita ritornava nella mia casa e nella mia anima, con la sua luce, la sua armonia, i suoi colori. Se la malattia e la sofferenza serviranno ad aprire la porta del cuore alle persone che mi amano, che conosco o che forse potrò conoscere, varrà la pena di averle vissute. Quando dal male viene la crescita, quando dal dolore nasce l’amore, quando dalla morte viene la vita, sta pur certo, amico mio, che la guarigione è avvenuta, la malattia è debellata, il dolore scomparso. La vita riprende un colore ancor più splendente.

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