Recensione - Giorgione e il culto del sole -
Ho ricevuto alcuni giorni fa notizia della pubblicazione del libro Giorgione e il culto del sole, scritto da Ugo Soragni per i tipi della Casa Editrice Il Prato. Il nome dell'autore è noto per i suoi numerosi saggi e, per quanto riguarda noi marchigiani, per avere lavorato per alcuni mesi anche qui, nelle Marche, presso la allora Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici. Questa notizia mi dà occasione di parlare di un aspetto assai rilevante della spiritualità medievale, nelle cui radici affonda l'arte medievale e quella rinascimentale. Parlo cioè della mentalità simbolica. Il simbolo è un termine derivante dal greco classico "sinballein" che significa unire. Il suo opposto "diaballein" dà origine al termine "diavolo", che è il divisore per eccellenza, colui che aspira a dividere l'uomo da Dio e gli uomini fra loro, fomentando invidia, odio e guerra. Dunque il simbolo ha un carattere profondamente umano e spirituale. In genere è un oggetto che lega due o più persone ad uno stesso profondo sentimento, sia esso di fede, di amore, di amicizia, o di convinzione sociale e politica. Esso ha la caratteristica quindi di avere un meta - valore, che va al di là dell'oggetto stesso. Già dalla fine dell'antichità S. Agostino distingue tra "res" e "signa" per introdurre la distinzione tra le cose da conoscere e la loro interpretazione, problema filosofico quanto mai attuale, in quanto ripreso dalla psicologia e dalla filosofia del Novecento. Così, in questa prospettiva, tutte le cose che esistono altro non sono che un simbolo, prima nella creazione, poi nella redenzione, ed infine nell'attesa della definitiva Parusia, quando non ci sarà più bisogno di simboli, in quanto ogni simbolo avrà la sua realizzazione piena. E proprio in seguito all'affermazione del Cristianesimo nell'Europa, tutto ciò che apparteneva alle religioni antiche, tutti i suoi culti e i suoi simboli, non furono completamente rigettati, ma visti come simboli e preparazione alla Rivelazione ultima, attuata in Cristo. Perciò anche l'arte, pittura, scultura, architettura, si trasformò. Le iconografie antiche, della romanità classica, ed i culti, come nell'esempio concreto, quello del sole, divennero simbolo della vera fede ormai manifestata. In essa il sole, astro vitale per tutti, divenne quindi il simbolo di Cristo, secondo le parole di Zaccaria, che nel vangelo di Luca chiama il Messia "un sole che sorge dall'alto". Il sole splende anche sopra i sovrani che per volontà divina salgono in trono, e con esso vengono ritratti: è la luce di Cristo che illumina ( o dovrebbe illuminare) il popolo. Non c'è quindi sradicamento delle culture antiche: queste vengono di nuovo piantate nel campo della nuova religione, ed in essa acquistano nuovo valore. Quando il Medio evo cominciò a decadere, mostrando la sua faccia più retriva, bigotta e oscurantista nei suoi ultimi due secoli, gli uomini del Rinascimento vollero recuperare in qualche maniera lo splendore dell'arte e della cultura classica. Da qui Ugo Soragni parte per una ricerca su Giorgione, uno degli artisti veneti del Rinascimento più difficili da studiare, soprattutto per la scarsità delle fonti coeve sulla sua vita e di conseguenza sulle sue opere. Il culto laico per il sole, risalente all'antichità classica, viene quindi recuperato in qualche maniera in questo artista rinascimentale, dai suoi allievi o imitatori, e da altri artisti veneti contemporanei. L'autore, in nove saggi riguardanti opere specifiche, ritrova il filo conduttore culturale e iconografico dettato dalle idee di Marsilio Ficino, e che, con grande prudenza, vuol ritrovare non solo il gusto estetico della classicità, ma anche l'idea religiosa di una profonda unione con la natura, più che con un Dio che sembra quanto mai lontano agli uomini del Rinascimento, colpiti in maniera negativa dalle inutili elucubrazione filosofiche dell'ultima scolastica. Il culto iconografico del sole ed il recupero della mitologia greco latina sarà uno dei fili conduttori dell'arte rinascimentale in Italia. Questo libro sarà quindi utile per scoprirne alcuni aspetti non certamente marginali di quell'epoca.
Claudio Attardi
Direttore "Medio & evo - Lo spirito dell'uomo medievale"
Passavo da queste parti....
...e mi sono detto " Saluta i tanti amici e lettori di blog che aspettano di leggerti!" Devo dire, cari amici, che questo è un anno un po' particolare e non me ne vorrete se passerò solo ogni tanto senza sistematicità. Il trasferimento delle liste di Medio & evo su Facebook, gli impegni sempre più pressanti e gli anni che passano hanno fatto sì che abbia abbandonato in parte questo progetto. Ma ciò non significherà chiudere, almeno per adesso. Molto c'è da dire sullo spirito dell'uomo medievale e anche sulla nostra società, sempre più confusa. Ci sentiamo presto, quindi! Ciao!
Ciao a tutti e ben ritrovati! Dopo la puasa estiva, presto riprenderemo a parlare dei nostri argomenti preferiti, storia, arte, comunicazione, psicologia, uso delle tecnologie. Chi vuole mi può trovare anche su Facebook, ma dato che ci sono da poco, è difficile trovarmi cercando in rete. Per cui chi vuole collegarsi a me su FB non deve far altro che mandarmi un pvt, e fornirò l'indirizzo mail dell'account. Ciao a tutti e ci risentiamo presto sul blog.
Claudio
10 anni di sito
Il prossimo, 2010, sarà un anno speciale per questo mio scrivere e raccontare di uomini antichi ma così vicini a noi nel loro spirito. Uomini che facevano della parola un fattore fondamentale di crescita individuale e sociale. Proprio come facciamo oggi noi con la PNL. Sarà quindi l'anno del decennale del sito "Medio & evo - Lo spirito dell'uomo medievale" e questo mi spingerà ad uscire un po' fuori da questo mondo blog, magari per dedicarmi a una pubblicazione a stampa che celebri l'evento. In ogni caso scusate l'assenza. Ogni tanto mi farà vivo, anche se l'estate è tempo di vacanze per i corsi, e se qualcuno vuol scrivermi leggerò le vostre mail o pvt. In ogni caso mi prendo una pausa, dopo un bel corso come quest'anno, tra architettura e cultura. Statemi bene e spero di darvi qualche notizia sui prossimi progetti. Ciao!
Claudio
Alla fine del percorso
Siamo arrivati alla fine del percorso che ci ha portato nel cuore del sapere e della cattedrale medievale. Come turisti o pellegrini, stanchi ma contenti, ci immergiamo nella cattedrale gotica di Saint Denis, il cui architetto, anonimo, seppe concepire un progetto unitario, sotto la spinta del sapere teologico di Suger e del suo tempo. Cattedrale che dà il via al gotico, ma che non sarà replicata. Infatti gli architetti del gotico si sfidarono, ma non si copiarono. Il metodo progettuale è lo stesso, ma le realizzazioni pratiche sono tutte originali. La stessa cosa succedeva nelle Università e negli scritti dei professori di teologia. Il metodo è uguale per tutti, ripreso da genio di Abelardo, ma i contenuti sono singolari e originali per ciascun professore. Come ogni cattedrale gotica ha la stessa metodologia di progetto, ma con realizzazioni tutte diverse, così gli scritti hanno lo stesso metodo dialettico, ma contenuti profondamente diversi. A Saint Denis, secondo gli scritti di Suger e le realizzazioni del suo anonimo architetto, prevale la luce, seguendo la teologia dionisiana. Il doppio deambulatorio è fatto in maniera che le colonne
non interrompono mai la luce proveniente dalle imponenti vetrate, da qualunque prospettiva le si guardi. Questo gioco di luce è impossibile da realizzare casualmente. Esso prevede un progetto, fatto a tavolino e pensato prima che esista una sola pietra. La stessa cosa capita nelle Summe teologiche. Esse sono scritte seguendo un preciso piano intellettuale, una tesi già pensata, riflettuta per giorni, mesi, anni. Semplice, quando la si percepisce nella sua unità, ma estremamente complessa nelle sue mille sfaccettatture. Così la cattedrale e il sapere medievale giungono al loro apice culturale e spirituale. E così tu, tu che hai letto fino in fondo queste mie pagine, potrai per un momento entrare nel cuore del mistero divino e umano che accompagnò la grande stagione culturale del pieno Medio Evo.
Evoluzione
Se noi guardiamo una cattedrale gotica, rispetto a quella romanica, ci accorgiamo subito che è molto più ricca, molto più lavorata, molto più armonica. Eppure “gotico” non era il nome originale che si dava a questo tipo di cattedrale. Lo stile veniva detto “modus francigenum” o alla francese, come diremmo noi. Gotico è un termine che fu dato a posteriori, dal Vasari, a questo stile, in maniera quasi dispregiativa. Gli architetti rinascimentali amavano le linee pulite, sobrie, volendo recuperare nei loro intenti la grande arte classica, senza comunque riuscirvi, in quanto l’arte è prima di tutto espressione culturale del suo tempo. Quindi questo stile fatto di contrafforti, guglie, ricami su pietra e vetrate, era troppo arzigogolato e confuso per loro, e, venendo dal nord Europa, sapeva irrimediabilmente di barbaro. Invece non è affatto così. Infatti c’è un terzo gradino, l’ultimo da affrontare, per capire il salto di qualità che sta dietro allo stile gotico. Prima di tutto, secondo un accordo pressoché unanime degli studiosi, il gotico ha il suo inizio nel cantiere di Saint Denis, a nord di Parigi, con il progetto dell’abate Suger, nel 1136. Egli è la figura perfetta di committente e architetto allo stesso tempo. Perché ormai possiamo chiamarlo così, architetto, come i nostri attuali professionisti.
Da dove deriva quindi la base culturale di Suger per poter concepire un progetto di tale portata storica? L’abate amava leggere uno scrittore siriano del V sec, che si chiamava Dionigi, detto Areopagita. Infatti all’epoca lo si identificava erroneamente con l’ateniese convertito da S. Paolo dopo il discorso all’Areopago, di cui riportano la cronaca gli Atti degli Apostoli. Studi posteriori hanno chiarito che si trattano di due persone diverse, per cui oggi lo scrittore siriano viene chiamato lo Pseudo Dionigi. Questo scrittore di lingua greca è fortemente influenzato dalla filosofia neo – platonica che egli assimila per costruire la sua teologia. Egli, in questo campo è inventore della cosiddetta “teologia apofatica”, cioè negativa. Ciò che possiamo dire di Dio secondo il nostro ragionamento è ciò che non è. Per esempio Dio è il bene, ma non come lo
intendiamo noi, in quanto supera in maniera infinita il concetto che noi abbiamo di bene. E così tutto ciò che attribuiamo a Dio viene allo stesso tempo negato dal fatto che Egli è un super essere. Per cui sarà il bene, la verità, la giustizia, l’amore in maniera superlativa. Ecco che quindi la teologia di Pseudo Dionigi, da negativa diventa superlativa, quando si parla dei nomi umani attribuiti a Dio dalla Scrittura. E infatti uno dei sui trattati superstiti, trasmesso nel Medio evo e ampiamente dibattuto fu il “De Divinis Nominibus” (sui nomi divini), affiancato da “De Mystica Theologia (
Symbolum
Oggi dobbiamo affrontare il secondo gradino della nostra ascesa verso il cuore della cattedrale medievale e della cultura che l’ha prodotta. Il primo gradino, fatto di ragione e di coerenza, di progetto e di pensiero unitario, ci è risultato familiare, perché la nostra cultura, italiana ed europea, è debitrice di questa ricerca, fatta da quegli uomini. Ma questo secondo gradino è per noi straniante, e per affrontarlo dobbiamo abbandonare alcune nostre certezze di uomini post moderni. E questo vale anche per la cultura scritta, più razionale, ma non per questo non meno irta di problemi. Perché per l’uomo medievale la cattedrale è piena di simboli. E non solo: anche la parola, quando tratta e ricerca le ragioni della fede, e vuol esprimere l’altissimo mistero del divino, diventa anch’essa simbolo, come uno specchio che riflette, ma sempre in maniera minore rispetto alla realtà che vuol esprimere. La storica distinzione di S. Agostino tra “res” e “signa” diventa così la base della simbologia. Simbolo nell’antichità era un oggetto, un vaso, un anello, che si rompeva in due parti ed era custodito da due persone. La parola significa
“unire assieme” dal verbo greco σуνβαλλειν. Il simbolo unisce, poi si spezza, per tornare a riunirsi, come succede nel centro della fede cristiana, dove alla gioia iniziale per la resurrezione segue la separazione, per poi attendere un secondo definitivo ritorno di Cristo. Così la simbologia è una materia che attiene a tanti campi, come la letteratura, l’arte, la psicologia e la psicoanalisi, la semeiotica e la linguistica, ma non si fa ridurre in nessuno di questi campi. La cattedrale medievale è piena di simboli, che hanno a volte anche una certa ambivalenza. Come il leone, che può indicare il nemico, il diavolo, oppure Cristo, leone della tribù di Giuda. La stessa comunità che si riunisce nella cattedrale è simbolo della Chiesa trionfante descritta nell’Apocalisse di S. Giovanni. E anche i teologi, quando vanno a parlare e spiegare i misteri della fede con i mezzi razionali, devono per forza appoggiarsi a parole che diventano simboli. Per cui si discute se la “sacra doctrina” sia veramente “scientia”. E la risposta di S. Tommaso d’Aquino è splendida: “la teologia è scienza perché si appoggia sulla scienza di Dio e dei beati”. Scienza che diventa sapienza, quindi, come nella cattedrale medievale. Dove l’armonia dei calcoli e del progetto diventano simbolo di qualc’s’altro, di un mistero che non si lascia calcolare o racchiudere in uno spazio. Le parole evocano le immagini, e le immagini della cattedrale evocano le parole della “sacra doctrina”, così la cattedrale stessa diventano simbolo. Come nei labirinti, presenti nelle cattedrali. Labirinto che significa molte cose: il pellegrinaggio, la vita, la penitenza, il cammino spirituale e il concentrarsi per arrivare al centro della fede. Come nei simboli dei portali romanici e gotici, o nei capitelli delle colonne. O come nell’Eucarestia, l’eccellenza del simbolo,in quanto memoriale e presenza nell’ottica della fede. Insomma per avvicinarci un po’ al linguaggio medievale, sia esso figurativo che intellettuale dovremo abbandonare un bel po’ delle nostre certezze, a quella separazione tra naturale e soprannaturale a cui siamo ormai abituati.
Coerenza e progettualità
In questi anni decisivi per la cultura europea, per la nostra cultura, si stabilisce un nuovo metodo, che segna una svolta di pensiero ineludibile. Da una parte c’è, come abbiamo visto, Sant’Anselmo, che cerca di dare valore alla fede cristiana non più tramite argomenti di autorità, ma a partire dalla ragione e dal punto di vista dell’altro. Cerca cioè di far valere le proprie ragioni non con il dogmatismo, ma attraverso la forza della ragione. Dall’altra Abelardo, il quale afferma che non è sufficiente per la logica provare una sola affermazione o un gruppo di affermazioni. Tutto il sistema mentale deve rispondere ad un ragionamento logico unitario, che affronti i singoli problemi in maniera univoca. Dei due pensatori non rimarrà tanto il merito del pensiero, quanto il metodo. Metodo che sarà di importanza fondamentale per tutto lo sviluppo successivo del pensiero occidentale. Per cui anche gli architetti ( perché così ormai possiamo cominciare a chiamarli) sviluppano il loro progetto non in loco, nel cantiere, mano a mano si presentano i
problemi, oppure a partire dall’assemblaggio di singoli moduli. Per la prima volta ci si mette dalla parte del pubblico, in maniera che colui che entra nella cattedrale intuisca subito un progetto spaziale unitario, frutto di un ragionamento che è prima di tutto culturale, e che si basa su una materia che ancora non esiste. Non solo, ma gli architetti medievali, che si sfidarono ma non si copiarono mai, fanno in questo nuovo modo di costruire, un investimento per le generazioni future, quanto a ricerca della spaziosità, della bellezza, della luce, La svolta è quindi epocale, perché coinvolge non tanto le tecniche edificatorie quanto un approccio mentale e culturale di fondo. A noi tutto questo discorso risulta quanto mai familiare, perché ne siamo totalmente debitori, in quanto europei. Logica e razionalità, coerenza ed armonia, nel pensiero come nel progetto fattivo. E’ questo il primo gradino della scala che ci porta nel cuore della cattedrale e del pensiero che ne è la base.
La svolta
Siamo giunti alle ultime tre tappe del nostro percorso, gli ultimi tre gradini che ci possano far entrare nel mistero delle cattedrali medievali e del pensiero, della cultura che sta dietro queste costruzioni. Abbiamo visto costruttori e committenti, il pubblico e i riti, la vita e la morte nella cattedrale, e abbiamo seguito anche lo sviluppo del pensiero. Eppure rischiamo di non aver detto nulla. Infatti fino adesso gli intellettuali medievali che abbiamo visto appoggiano la loro filosofia sul cosiddetto “argomento d’autorità”. Ciò che essi non riescono a spiegare con la ragione, lo spiegano con questa argomentazione “Siccome nella Bibbia c’è scritto questo, e
bidimensionali. Nessuno si era posto il problema di concepire un progetto che fosse prima di tutto estetico, funzionale e culturale. Che rispondesse alle esigenze del committente presente, ma anche dei fruitori che sarebbero venuti dopo. E che nascesse quindi da un pensiero che ancora non si è concretizzato in una costruzione armonica e studiata prima a tavolino.
Se cerchiamo di capire la svolta da un manuale di storia dell’architettura o di filosofia medievale, rischiamo di infognarci in numerosi termini tecnici che ci risulterebbero estranei o poco conosciuti. Il romanico sarebbe l’architettura dell’arco a tutto sesto, del pilastro, delle volte a botte, delle dimensioni monumentali. Il gotico invece sarebbe quella dell’arco a sesto acuto, delle lesene portanti, delle vetrate e dei contrafforti. Tutti termini tecnici. Sappiamo comunque che questi elementi erano già presenti nell’architettura, ma erano per così dire sparsi qua e là. Il gotico li raggruppa in un sistema che non è solo stilistico, ma è soprattutto un sistema di pensiero. E questo sistema nasce, secondo la storiografia internazionale, nel cantiere di Saint Denis, a nord di Parigi, tra la seconda metà del XII e la prima del XIII secolo.
La fine come principio
Nella cattedrale medievale c'è sicuramente un'altro momento pubblico che si vive intensamente, quello della morte. Nella cattedrale quindi vita e morte si incontrano. D'altra parte anche il sacrificio dell'altare altro non è che memoriale del sacrificio di Cristo, la sua morte salvifica secondo la fede cristiana, a cui segue la vita definitiva. Perciò i fedeli, siano re o principi, siano comuni cittadini non nobili, desiderano essere seppelliti nella cattedrale, o nelle immediate sue vicinanze. Ci sono quindi cattedrali o basiliche, come Santa Croce di Firenze, capolavoro del gotico, in cui si concentrano le tombe di celebri personaggi italiani, e le cui tombe costituiscono esse stesse dei monumenti. Oppure più in generale si tende a seppellire a terra, possibilmente vicino all'altare, o a costruire cappelle apposite dove celebrare messe di suffragio. Spesso anche il cimitero è costruito nelle vicinanze della cattedrale o della chiesa, che assume così un significato simbolico. Di qua, nella chiesa, ci sono i vivi, la Chiesa in cammino verso l'eterno, di là i morti, coloro che sono giunti alla meta. E così vivi e morti possono dialogare, secondo l'alto pensiero della comunione dei santi, tipico della fede cristiana. E quando Napoleone stabilirà che i
cimiteri devono essere costruiti fuori città e portati via dalle chiese, ci sarà quasi una mezza rivolta, come risuona nei celeberrimi "Sepolcri" di Ugo Foscolo. Infatti si viene a spezzare una comunione, un simbolo che lega Alfa e Omega, principio e fine, che, nell'ottica della fede, altro non è che un nuovo principio di vita eterna. La morte quindi, per l'uomo medievale, non è la fine definitiva, ma è l'inizio della vita nuova. Tanto che i santi vengono celebrati nel giorno della loro morte, che significa nascita alla vita eterna. Nella Cattedrale quindi si hammo una serie di cerimonie simboliche che sanciscono la fine del pellegrinaggio terreno, con simboli come il pianto, la croce, il cero pasquale simbolo del battesimo e della resurrezione di Cristo. Ma c'è
anche chi muore nella cattedrale. E' il celebre caso di Thomas Becket, che nel 1170, il 29 dicembre, viene ucciso nella cattedrale di Canterbury. Egli è il cancelliere di Enrico II, e viene da lui nominato Arcivescovo. Enrico II Plantageneto spera così di mettere un uomo di sua fiducia a controllare la Chiesa inglese. Invece non è così. Quando il re promulga le Costituzioni di Clarendon (1164) in cui estende la giurisdizione dei tribunali regi al clero e nomina dei vescovi, Tommasi si oppone. Il dramma risuona in uno scrittore molto letto ma che conosce veramente poco il Medio Evo, Ken Follet ne "I pilastri della terra". Meglio, molto meglio il drammaturgo e saggista americano Thomas Stearns Eliot, che nel dramma "Assassinio nella cattedrale" fa rivivere il dramma cristiano e umano di Tommaso Becket, che senza paura, si sottopone al martirio. "Il mio sangue per il Suo sangue", quello di Cristo. E l'assassinio si rivela quanto mai sbagliato per Enrico II, che dovrà fare pubblica ammenda e ritirare le costituzioni, mentre Thomas Becket viene fatto santo solo tre anni dopo la sua morte, che, misteriosamente, sarà principio di vita per Canterbury. Infatti la ricostruzione della Cattedrale dove riposa il santo, sarà l'occasione per l'avvento del gotico in Inghilterra, oltre che meta di pellegrinaggio sulla tomba del santo.